Per orientarsi nel territorio: carta storica dell’area di Riposto, pubblicata dal servizio cartografico dell’esercito statunitense. È un riferimento geografico del Novecento, non una ricostruzione della topografia medievale. Fonte: United States Army Map Service, tramite Wikimedia Commons (opera di pubblico dominio; immagine ottimizzata per la consultazione).
Origini, chiese, castello, opere civili e Quattrocento. Le ricostruzioni distinguono le attestazioni documentarie dalle ipotesi ancora da verificare.
Chi fondò Calatabiano? Le origini tra tradizione e documenti
Attribuire la nascita di Calatabiano a un solo fondatore e a una data precisa sarebbe una semplificazione. Il territorio conserva testimonianze archeologiche anteriori al Medioevo, in particolare nell'area di contrada Pianotta; queste presenze, tuttavia, non dimostrano che esistesse già l'abitato medievale con il nome attuale.
La tradizione collega frequentemente il castello all'età araba. L'origine islamica della fortificazione rimane un'ipotesi storica da distinguere dalle attestazioni scritte: il toponimo e le tradizioni successive non consentono, da soli, di fissare l'anno della sua costruzione. Anche l'attribuzione della fondazione alla famiglia De Parisi nel 1135 non può essere presentata come un fatto documentato.
La documentazione medievale offre invece riferimenti più solidi. Una testimonianza del 1193 menziona il territorio di Calatabiano in relazione a Cremastro e al monastero del Santissimo Salvatore di Messina. Un diploma del 1201 riguarda Calatabianum nei rapporti con la Chiesa messinese. Nel marzo 1213 un atto relativo alla Chiesa di Catania menziona espressamente il castrum Calatabiani, insieme ai suoi possedimenti e alle sue pertinenze.
Possiamo quindi affermare che il castello e una struttura territoriale organizzata erano già presenti all'inizio del XIII secolo. Non possiamo dedurne automaticamente chi abbia costruito la prima fortificazione o in quale anno.
L'ipotesi degli insediamenti presso l'Alcantara
Nella prima edizione pubblicata di Calatabiano Sacra, Michele Bottino esplora il rapporto fra il fiume Alcantara, il lavoro agricolo, i mulini e la presenza di monaci nel territorio. I capitoli «L'officina dei monaci», «I monaci itineranti» e «Il regno dell'acqua» propongono una ricostruzione che invita a studiare anche la valle, non soltanto il castello, per comprendere le fasi dell'insediamento.
L'ipotesi di un primo nucleo nato vicino al fiume grazie all'attività di due monaci e di coltivatori è una pista di ricerca, non un fatto fondativo dimostrato. Nei passi esaminati non è stato identificato un atto primario che documenti due monaci fondatori, la data di arrivo e la posizione esatta del nucleo. Alcune formule documentarie riportate nel libro, comprese quelle riferite a monaci itineranti e a un mulino monastico in contrada Mangani, richiedono ancora riscontro negli originali.
La documentazione censita per il 1217 relativa ad acqua e mulino presso Santo Marchetto, nel contesto Fragalà–Maniace, non prova da sola un collegamento con Calatabiano: i regesti finora esaminati non lo attestano espressamente. La ricerca dovrà confrontare topografia storica, toponimi, pergamene, dati archeologici e continuità degli insediamenti, distinguendo l'origine dell'abitato dall'origine del nome e del castello.
Le testimonianze del tabulario Fragalà–Maniace
È stato esaminato l’Inventario-regesto del Tabulario dell’Ospedale Grande di Palermo, Monasteri di S. Filippo di Fragalà e S. Maria di Maniaci (1090–1620), curato da S. Falletta nel 2022: un repertorio di 80 pergamene conservate nell’ambito dell’Archivio di Stato di Palermo. I regesti documentano attività agricole, proprietà e diritti d’acqua nell’organizzazione monastica della Sicilia medievale.
In particolare, la pergamena n. 7 (ottobre 1101) riguarda vigne, villani e la facoltà di costruire mulini sul fiume Panagia; la n. 8 (maggio 1105) riassume il testamento dell’abate Gregorio e ricorda chiese e abitazioni dei monaci. Le pergamene nn. 24 e 25 (aprile 1217, secondo l’inventario) riguardano controversie tra Fragalà e Maniace per terre, pascoli e acqua destinata a un mulino presso Santo Marchetto e Gullia. La n. 28 (settembre 1225) riguarda il mulino Miga sul Panagia; la n. 29 (agosto 1245) descrive confini di possedimenti nel territorio di San Marco.
Limiti della documentazione: nessuno di questi regesti dimostra l’esistenza di un nucleo fondato da due monaci di Nicosia presso Calatabiano. Il fiume Panagia non può essere identificato con l’Alcantara senza una prova topografica, né il San Marco del Val Demenna con San Marco di Calatabiano. La pergamena n. 25 presenta inoltre una questione di cronologia da controllare sull’edizione integrale di Giuseppe Silvestri (1887, pp. 4–10): il regesto, datato [1217], menziona anche un riconoscimento attribuito a Parisio, arcidiacono di Messina, datato [1220]. Le date tra parentesi quadre sono attribuzioni dell’inventario.
Per verificare se alcune vicende monastiche abbiano rapporti con Calatabiano occorrono riscontri autonomi: documenti che nominino i luoghi, confronti toponomastici e dati topografici. I regesti esaminati, da soli, non consentono questo collegamento. Fonte:inventario-regesto ufficiale (PDF, 2022), regesti nn. 7, 8, 24, 25, 28 e 29.
Le chiese di Calatabiano: testimonianze medievali e memoria religiosa
Le chiese sono tra gli elementi più importanti per comprendere la vita della comunità medievale. Le Rationes Decimarum del 1308–1310 conservano riferimenti a ecclesiastici legati a Calatabiano e, in particolare, alle chiese di Santa Maria e San Giorgio nel contesto del castello.
Santa Maria e San Giorgio
Nelle registrazioni compare il presbitero Michele, cappellano delle chiese di Santa Maria e San Giorgio del castello di Calatabiano; un'altra voce ricorda il presbitero Tommaso, cappellano della chiesa di Santa Maria di Calatabiano. Sono testimonianze preziose dell'organizzazione ecclesiastica del primo Trecento, anche se non permettono di individuare con certezza l'esatta posizione di ciascun edificio.
Il Santissimo Crocifisso
La storia della chiesa del Santissimo Crocifisso è legata al 1484, data associata nella documentazione locale all'intervento sull'edificio e a un'iscrizione sopra il portale ogivale. Il riferimento cronologico è significativo; non è però sufficiente, da solo, per attribuire la costruzione o il finanziamento a una determinata famiglia. I rapporti con i Mirulla e i Cruyllas richiedono di distinguere le vicende feudali dalle prove dirette sulla fabbrica della chiesa.
San Filippo e il culto
Il culto di San Filippo costituisce un capitolo autonomo della storia religiosa di Calatabiano. La presenza del culto, la storia degli edifici a esso collegati e l'origine della tradizionale Calata sono aspetti diversi, che non vanno fusi in un'unica narrazione cronologica senza documenti specifici.
Queste testimonianze restituiscono una comunità religiosa articolata, le cui istituzioni si svilupparono nel corso dei secoli insieme al territorio e al castello.
Il castello di Calatabiano tra Federico II, le Chiese di Messina e Catania e la Corona (1201–1282)
Nel Medioevo il castello di Calatabiano fu oggetto di rivendicazioni concorrenti: non soltanto una fortezza, ma un bene legato a diritti patrimoniali, giurisdizione ecclesiastica e potere regio. La ricostruzione qui proposta si basa sulla lettura dello studio di Giovan Giuseppe Mellusi, Governare il sacro. La Chiesa di Messina e i suoi arcivescovi dal tramonto del Medioevo al Cinquecento, tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, pp. 17–18, note 60–66. Le pergamene medievali citate dallo studioso non sono state ancora collazionate direttamente.
Prima del 1201: i de Parisio, Mascali e i beni monastici (1185)
Una sentenza pronunciata a Messina nel marzo 1185 dal magister iusticiarius Sanctorus documenta una controversia tra Bartolomeo de Parisio e Nifone, archimandrita del Santissimo Salvatore di Messina, riguardante un terreno e i diritti di caccia presso Mascali. Il testo latino, edito da Vera von Falkenhausen, descrive il terreno della dipendenza monastica come adiacente a una proprietà di Bartolomeo: in terra obediencie sue quam habet Mascalim iuxta terram suam. Nella sua difesa Bartolomeo dichiarò che l'area di caccia era circondata dalle proprie terre (caccia illa circumdata est terra sua). Il giudice riconobbe la proprietà ecclesiastica del terreno e subordinò l'eventuale caccia di Bartolomeo al consenso dell'archimandrita.
Il documento dimostra dunque la contiguità di possedimenti signorili ed ecclesiastici nell'area di Mascali nel 1185; non dimostra, da solo, che le proprietà di Bartolomeo coincidessero con il tenimentum di Calatabiano. La sentenza tratta inoltre una diversa controversia su un canneto a Catona, in Calabria, da non confondere con Mascali.
Nel commento storico all'edizione, von Falkenhausen riferisce che Bartolomeo acquistò dal demanio il tenimentum di Calatabiano per 100.000 tarì, destinandolo al figlio Gualtieri, e rinvia a Hans Niese (1913, p. 52). Questa notizia non compare nel dispositivo della sentenza del 1185 e richiede ancora il controllo della fonte utilizzata da Niese. Non va confusa con la distinta notizia dei 15.000 tarì relativa ad Armaleo Monaldeschi, trattata più avanti.
Fonti consultate e questioni da chiarire: V. von Falkenhausen, Una sentenza di Sanctorus magne Regie curie magister iustitiarius (Messina, 1185) (2013), pp. 521–536, con edizione del testo latino e della traduzione greca coeva: consulta il PDF scientifico. Testimonianze archivistiche: ADM, pergamena 113 (latino), ADM, pergamena 1413 (greco); copia posteriore segnalata in Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 8201, ff. 11 ss. È stata letta l'edizione latina, non collazionati gli originali; la collazione parola per parola del greco resta da eseguire.
La concessione del 1201 e le contese del primo Duecento
La concessione di Calatabianum nel giugno 1201 è stata verificata nell’edizione critica MGH, Die Urkunden Friedrichs II., vol. I, documento 33, pp. 67–70 (a cura di Walter Koch, 2002). Nel dispositivo, Federico II dispone del bene e delle sue pertinenze a favore dell’arcivescovo Berardo e della Chiesa di Messina. L’apparato identifica l’originale come Archivio Ducale Medinaceli, fondo Messina, pergamena 547 (già Sección Sicilia 908) e indica che il testo critico è fondato su una fotografia dell’originale confrontata con una copia seicentesca. Non è stata consultata direttamente la pergamena.
La precedente appartenenza ai de Parisio è ricostruita negli studi di Niese e Mellusi, da distinguere dalla formulazione del dispositivo del 1201. Anche il documento MGH n. 36 (pp. 75–76), datato luglio 1201, riguarda un bene differente: Calanna in Calabria, concesso ai fratelli Guglielmo e Gualtieri de Parisio. Che questa concessione compensasse la perdita di Calatabiano è un’ipotesi della storiografia, non un’esplicita clausola dell’atto.
La ricostruzione accademica colloca nel 1213 il ritorno di Calatabiano alla Chiesa di Catania; tra il 1221 e il 1224 Berardo ne avrebbe nuovamente ottenuto la disponibilità. Questi passaggi descrivono una controversia di diritti e possesso, non una sequenza lineare di proprietari.
L’acquisto da Armaleo Monaldeschi e la questione dei 15.000 tarì
Una tesi di dottorato conservata dall’Università di Catania riferisce che la Chiesa catanese acquistò il castrum di Calatabiano dal conte Armaleo Monaldeschi per 15.000 tarì. Secondo lo studio, il denaro fu raccolto attraverso un’imposizione sugli abitanti di Catania, Aci, Sant’Anastasia e Mascali. Si tratta di una testimonianza storiografica significativa per comprendere il valore economico e politico del castello e il ruolo delle comunità soggette al vescovo.
La data esatta della compravendita non è ancora accertata. La stessa tesi colloca l’acquisto nel 1213 a p. 104, ma lo situa nel primo decennio del XIII secolo a p. 118. La nota 411 di p. 104 rinvia a H. Niese, Il vescovado di Catania e gli Hohenstaufen, pp. 89–91; H. Bresc, Dominio feudale, consistenza patrimoniale, p. 93; L. Sorrenti, La giustizia del vescovo a Catania, p. 47. Questi rinvii devono ancora essere verificati sui testi citati.
È stata individuata anche una pista relativa a Gualtiero di Palearia e ai passaggi di possesso tra il 1209 e il 1213 nello studio di Francesco Muciaccia, Gualtiero de Palear, cancelliere del Regno di Sicilia (1951). Il PDF dello studio è stato acquisito, ma è una scansione per immagini e il passo pertinente non è ancora stato letto direttamente: non è pertanto possibile usarlo, per ora, per fissare una cronologia definitiva.
Nel marzo 1267, secondo il passo studiato da Mellusi, fra Margarito, cappellano e procuratore dell’arcivescovo di Messina, e il chierico Bartolomeo de Sancto Petro detenevano il castello per conto della Chiesa messinese. I due si opposero a Vassallo de Amelina, inviato di Carlo d’Angiò per prenderne possesso. La fonte archivistica indicata nella nota 61 è ADM, pergamena 1019, con rinvio a Starrabba, documento LXXVI.
La controversia giunse al legato apostolico Rodolfo Grosparmy, vescovo di Albano, che, secondo lo studio, riconobbe il diritto originario del vescovo di Catania. Il cognome de Sancto Petro identifica qui una persona: non è una prova dell’esistenza di una chiesa di San Pietro all’interno del castello.
Dopo il Vespro del 1282
Mellusi riferisce che, dopo la rivolta del Vespro, Alaimo da Lentini favorì una nuova restituzione di Calatabiano alla Chiesa messinese; in seguito, tuttavia, il bene tornò nella disponibilità della Corona. Per questa fase lo studioso rinvia anche a Bartolomeo di Neocastro, Historia Sicula, edizione G. Paladino, 1922, pp. 24–27. La sequenza resta da confrontare con gli atti originali.
Una precisazione: il magnum iardinum era a Messina
Nelle controversie patrimoniali compare anche un magnum iardinum Messanae, cioè un grande giardino situato presso le mura della città di Messina. Non si tratta di un giardino documentato all’interno o accanto al castello di Calatabiano. Il giardino messinese e Calatabiano erano due beni distinti, trattati nella medesima vicenda giudiziaria. Le note 65–66 di Mellusi rimandano, per il giardino, alle pergamene ADM 1176, 1167 e 1217 e ai documenti LXXVIII–LXXIX di Starrabba.
Le fonti disponibili: lo studio universitario è stato acquisito e letto; le segnature archivistiche e i numeri dei documenti di Starrabba sono quelli indicati dall’autore. Restano da consultare direttamente le pergamene ADM 547 e 1019 e l’edizione di Starrabba, prima di proporre trascrizioni integrali o conclusioni diplomatiche definitive. Fonte consultabile:Giovan Giuseppe Mellusi, tesi di dottorato, Università di Messina (PDF).
Edifici civili, opere pubbliche e fortificazioni nel territorio di Calatabiano
La storia di un paese si legge anche negli edifici che hanno ospitato le sue istituzioni, nelle strade che lo collegavano ai centri vicini e nelle opere costruite per difenderlo. Per Calatabiano, il punto di partenza è il castello: la sua vicenda medievale è trattata nella sezione dedicata. Qui allarghiamo lo sguardo alle altre costruzioni, senza attribuire date o funzioni sulla sola base dell'aspetto attuale.
Le opere militari
Il castello e le eventuali strutture di cinta, torri, porte e postazioni di controllo vanno studiati distinguendo le parti ancora visibili, le trasformazioni successive e le testimonianze scritte. Le notizie sul possesso del castello non bastano, da sole, a datare le sue murature. Ogni identificazione di un elemento difensivo dovrà essere accompagnata da una fonte, da un rilievo o da uno studio archeologico identificabile.
Le costruzioni civili
Rientrano in questo percorso gli edifici destinati all'amministrazione e alla vita collettiva, le piazze, i ponti, le strade, le fontane, gli acquedotti e le altre infrastrutture pubbliche, quando ne sia accertata l'esistenza nel territorio. Per ciascuna opera cercheremo di stabilire quando compare nelle fonti, a che cosa serviva, chi ne curava la costruzione o la manutenzione e quali modifiche ha subito.
Edifici e testimonianze storiche
La prima menzione di un edificio in un documento non ne stabilisce necessariamente la data di costruzione. Le strutture conservate possono inoltre aver subito trasformazioni successive.
Castello e territorio nel XIII secolo: una ricerca universitaria conservata dall’Università di Catania (p. 104, nota 411) richiama l’acquisto del castrum da parte della Chiesa di Catania nel 1213 per 15.000 tarì e rinvia agli studi di Niese, Bresc, Sorrenti e Maurici. La notizia riguarda il trasferimento dei diritti sul castello, non la data di costruzione delle sue murature. Per i successivi passaggi di potere è utile anche il repertorio dei feudi siciliani, voce «Calatabiano»: la successione riportata va controllata sui singoli documenti, distinguendo proprietà, possesso e custodia militare.
Prima scheda documentaria:il terremoto del 1818 a Calatabiano, con i danni attestati a case, chiese e castello e le segnature delle carte dell’Intendenza borbonica conservate a Catania. I documenti originali devono ancora essere consultati.
Calatabiano nel Quattrocento: feudo, economia e documenti
Nel XV secolo le vicende di Calatabiano si intrecciano con quelle delle famiglie signorili, con i passaggi di possesso e con le attività produttive del territorio. La letteratura storica segnala, per il 1473, un trappeto legato alla lavorazione dello zucchero, settore importante nell'economia siciliana del tempo.
Tra le testimonianze documentarie figura il Processo 334, relativo agli anni 1484–1489 e alla vicenda di Tommaso Mirulla, dei Cruyllas e della terra e castello di Calatabiano. Le carte costituiscono una base per studiare i rapporti tra investiture, garanzie, obbligazioni e potere feudale.