Lo studio non aveva una targa.
Era al secondo piano di un edificio stretto, compresso tra una lavanderia automatica e un negozio di serrature che apriva solo la mattina. La porta era in legno scuro, con la vernice consumata intorno alla maniglia. Dentro, la luce arrivava da una finestra alta che dava su un cortile interno dove non succedeva mai nulla.
Ferri lo aveva scelto anche per quello.
Gli piacevano i luoghi che non pretendevano di raccontare niente.
La stanza principale era essenziale. Un tavolo troppo grande per una sola persona, due sedie mai perfettamente allineate, una libreria bassa riempita a metà, cartelline sottili, fogli lasciati in pile irregolari che solo Ferri sembrava distinguere. Su una parete c’era un orologio senza numeri; sull’altra, una mensola con tre oggetti: un posacenere vuoto, una penna pesante, un taccuino chiuso.
Marco arrivava sempre senza bussare.
“Se un giorno trovo chiuso, non è normale,” disse entrando, lasciando la porta socchiusa come faceva sempre.
Ferri non alzò lo sguardo dal taccuino.
“Potrebbe essere un miglioramento.”
Marco appoggiò la giacca sul bracciolo di una sedia che non era mai la stessa.
“No, quello sarebbe impossibile.”
Si guardò intorno come se vedesse lo studio per la prima volta, anche se ci entrava da mesi.
“Prima o poi dovresti mettere qualcosa fuori. Un nome, almeno.”
“Chi deve arrivare, arriva lo stesso.”
“E chi non deve?”
Ferri chiuse il taccuino.
“Meglio.”
Marco annuì come se la risposta fosse sufficiente. Non lo era, ma aveva imparato a lasciar perdere certe frasi quando capiva che non avrebbero portato da nessuna parte.
Il telefono squillò.
Non era un suono insistente. Solo secco, breve, quasi infastidito.
Marco guardò Ferri.
“Rispondi tu.”
“È il tuo numero.”
“Appunto.”
Marco prese il telefono.
“Pronto.”
Restò in silenzio per qualche secondo. Poi cambiò espressione, non molto, ma abbastanza.
“Chi?”
Ferri alzò lo sguardo.
“Un collega,” disse Marco. “Sì… vada piano.”
Prese una penna dal tavolo, la girò tra le dita senza scrivere.
“Nome?”
Ascoltò.
“Da quando non lo vede?”
Nuovo silenzio.
“Quando l’ha sentito l’ultima volta?”
Ferri si alzò.
“Messaggi?”
Marco annuì piano, più a se stesso che alla voce.
“E poi?”
Si fermò.
“Va bene. Ci dia l’indirizzo.”
Chiuse la chiamata e posò il telefono sul tavolo.
“Luca Barresi,” disse. “Studio tecnico. Un collega dice che è sparito.”
“Da quando?”
“Da ieri sera. Ultimo contatto intorno alle undici.”
“Chi ha chiamato?”
“Rinaldi. Dice che stamattina non si è presentato in ufficio. È andato a cercarlo a casa.”
Ferri prese la giacca.
“E?”
Marco lo guardò.
“Dice che c’è qualcosa che non gli torna.”
Ferri annuì appena.
“Allora vediamo cos’è.”
—
L’edificio di Barresi era di quelli costruiti negli anni Settanta, con corridoi stretti e scale che restituivano ogni passo. Al terzo piano la luce era più fredda che altrove, come se il neon fosse stato cambiato di recente. Rinaldi li aspettava sul pianerottolo, fermo a due passi dalla porta.
Non si mosse quando li vide arrivare.
Aveva il volto tirato di chi ha dormito poco o di chi si è costretto a restare lucido più del necessario.
“Grazie di essere venuti,” disse.
Non tese la mano.
Ferri lo guardò solo un istante.
“Rinaldi?”
“Sì.”
“Che lavoro fate?”
“Studio tecnico. Progettazione impianti. Luca seguiva soprattutto cantieri industriali.”
“Chi ha aperto la porta?”
“Io.”
“Come?”
“Con le chiavi.”
“Perché le aveva?”
Rinaldi esitò appena.
“Capitava. Quando uno dei due arrivava prima.”
Marco intervenne: “Era una cosa normale?”
“Sì.”
“Entrava spesso?”
“A volte.”
Ferri indicò la porta.
“Quando è arrivato stamattina?”
“Poco dopo le otto.”
“E ieri sera?”
Rinaldi si passò una mano sulla fronte.
“Ci siamo sentiti. Verso le undici.”
“L’ha visto?”
“No.”
“Solo messaggi?”
“Sì.”
Ferri annuì.
“Apra.”
Rinaldi infilò la chiave nella serratura. La porta si aprì senza resistenza.
La stanza era immediata.
Non per ciò che mostrava.
Per ciò che non disturbava.
Un tavolo al centro. Due sedie. Una libreria bassa. Fogli allineati con una precisione eccessiva. Una lampada spenta. Nessun segno di fretta, nessun urto, nessun gesto lasciato a metà.
Sul lato del tavolo, leggermente arretrato, c’era un casco da cantiere appoggiato con cura. Accanto, un mazzo di chiavi con un portachiavi blu segnato dall’uso. Vicino al bordo, quasi fuori asse rispetto al resto, una fotografia stampata: una bambina con un casco troppo grande in testa, seduta su una sedia da ufficio. Rideva.
Accanto alla foto, un bicchiere a metà.
Il liquido era limpido.
Troppo limpido.
Marco entrò per primo. Fece due passi, poi rallentò.
“Non torna,” disse.
Ferri entrò dopo di lui, senza rispondere.
Rinaldi rimase sulla soglia.
“Non ho toccato niente,” disse.
“Meglio così,” rispose Ferri.
Marco si mosse lungo il perimetro della stanza.
“Potrebbe essere uscito,” disse. “Così, semplicemente.”
Ferri guardava il tavolo.
“Potrebbe.”
“Non ci sono segni di colluttazione.”
“No.”
“Non c’è disordine.”
“No.”
Marco si voltò.
“Allora?”
Ferri non rispose.
Si avvicinò al tavolo. Guardò i fogli, poi il bicchiere, poi la fotografia. Dopo qualche secondo spostò l’attenzione sulle sedie.
Una era in asse.
L’altra no.
Non abbastanza da colpire subito l’occhio. Ma troppo per sembrare casuale.
Marco la seguì con lo sguardo.
“Questa si è mossa.”
“Forse.”
Marco fece un sorriso corto.
“Sei allergico alle certezze.”
“Solo a quelle premature.”
Marco si piegò leggermente sulla sedia.
“La posizione è strana,” disse. “Non è il movimento naturale di chi si alza con calma.”
Ferri annuì.
“Guardiamo dove porta.”
Marco indicò la parete laterale.
Ferri si spostò in quella direzione.
Il pavimento non mostrava niente di evidente. Nessuna macchia, nessun segno marcato, nessun graffio che imponesse una lettura. Ma a circa un metro dal muro c’era una differenza minima.
Quasi invisibile.
Una porzione leggermente più pulita del resto.
Non lucida. Solo meno coerente.
Marco la vide un attimo dopo Ferri.
“È stato pulito,” disse.
“Sì.”
“Solo questo punto.”
“Sì.”
Marco si raddrizzò lentamente.
“Non ha senso.”
Ferri non rispose.
Rimasero in silenzio qualche secondo.
Marco guardò la stanza nel suo insieme.
“Abbiamo Luca Barresi scomparso,” disse. “Un ambiente in ordine. Una sedia spostata. Un punto pulito.”
Ferri annuì.
“Nessuna prova di uscita,” aggiunse Marco.
“Nessuna prova diretta,” precisò Ferri.
“È la stessa cosa.”
“No.”
Marco lo guardò.
“Se fosse uscito, dovremmo avere una transizione.”
“Tipo?”
“Un gesto interrotto. Un oggetto spostato in modo coerente. Qualcosa che colleghi il prima e il dopo.”
Marco fece un mezzo giro su se stesso.
“E non c’è.”
“No.”
Rinaldi parlò dalla soglia.
“State dicendo che è successo qualcosa qui dentro?”
Ferri si voltò verso di lui.
“Sto dicendo che questa stanza non basta.”
Rinaldi abbassò lo sguardo.
Marco si fermò davanti alla porta.
“La porta è l’unico passaggio,” disse.
Ferri alzò gli occhi.
“La porta è l’unico elemento che chiude la scena.”
Marco si voltò.
“È la stessa cosa.”
“No.”
Marco sospirò.
“Spiegati.”
Ferri si avvicinò alla porta. La guardò. Poi la aprì completamente. La luce del corridoio cambiò l’angolo delle ombre sul pavimento, sul tavolo, sulla sedia.
Il punto pulito rimase identico.
Ferri osservò la stanza ancora una volta.
“Se fosse uscito da qui,” disse, “dovremmo avere continuità.”
Marco annuì.
“E invece?”
Ferri fece una pausa.
“Invece abbiamo elementi isolati.”
Marco restò fermo.
“Quindi?”
“Quindi non possiamo ancora dire cosa è successo.”
Marco lo fissò.
“Ma possiamo dire cosa non torna.”
Ferri annuì.
Il silenzio tornò nella stanza.
Non era vuota.
Era sospesa.
Marco guardò il tavolo, poi la sedia, poi il pavimento, poi il bicchiere. Si soffermò un istante sulla fotografia della bambina.
“Non è una scena,” disse.
Ferri non rispose subito.
Poi disse:
“Non ancora.”
Marco si voltò verso di lui.
“Che vuol dire?”
Ferri guardò la stanza un’ultima volta.
“Vuol dire che questa stanza è già una versione.”
Rinaldi rimase immobile.
“Quindi?” chiese, quasi sottovoce.
Ferri lo guardò.
“Quindi non è successo qui.”
Per un istante il volto di Rinaldi cambiò.
Non molto.
Non abbastanza da essere chiamato paura.
Ma qualcosa si mosse.
Marco lo vide.
E gli bastò.
—
Scendendo le scale, Marco parlò per primo.
“Quindi?”
Ferri non rallentò.
“Quindi abbiamo un problema.”
“Che tipo di problema?”
“Di continuità.”
Marco fece un sorriso stanco.
“Traduci.”
Ferri si fermò al primo pianerottolo.
“Abbiamo dei dati.”
“E?”
“Non si collegano.”
Marco annuì lentamente.
“E quando i dati non si collegano?”
Ferri riprese a scendere.
“Allora qualcuno ha deciso dove dovevano fermarsi.”
Fuori, la luce del mattino era piena. Normale. Indifferente.
Marco si fermò accanto alla macchina.
“E adesso?”
Ferri aprì la portiera.
“Adesso torniamo indietro.”
“Dove?”
Ferri si sedette, poi chiuse la porta a metà.
“Al punto in cui questa stanza non esisteva ancora.”
Struttura dell’episodio: una scomparsa, uno spazio che sembra coerente, una sequenza che non si lascia chiudere.